martedì 23 giugno 2026

Wolfgang Schivelbusch - La cultura dei vinti (il Mulino, 2001)

Il più delle volte, regalare un libro è un atto identitario. Se non è un dono su commissione, estratto dai desiderata del destinatario, il regalo di un testo va ben oltre la simbologia dello scambio di Mauss, anche se in esso c’è molta più antropologia che psicologia della generosità. Regaliamo un libro per raccontare qualcosa di noi che, speriamo, entri in risonanza con l’altro (anche le barzellette di Totti vanno bene) o per sapere qualcosa dell’altro che ancora non conosciamo. E allora il libro regalato può assumere i connotati di un test proiettivo mascherato.
Regalare un libro è difficile, soprattutto se si tratta di romanzi. Il romanzo ha un respiro che non sempre trova corrispondenza tra i diversi tipi junghiani: un tipo pensiero accoglierà con favore Dario Ferrari e con diffidenza Coelho; il contrario di quanto avverrà per un tipo sensazione. Quando Chiara mi regalò un libro di Schnitzler (La signorina Else) arrivai all’ultima pagina stremato dal monologo interiore della protagonista: la lettura come atto di cortesia verso la donatrice. Riabilitai Schnitzler quando Kubrick se ne appropriò per Eyes Wide Shut. Ma il dono può diventare impossibile quando ci si sposta sulla saggistica e gli interessi di chi riceve il regalo non collimano con quelli che gli attribuisce il donatore.

Così, a volte, possono trascorrere interi decenni prima che la polvere di un libro avuto in dono venga rimossa. A me è accaduto con un capolavoro come Armi, acciaio e malattie, di Jared Diamond (ventuno anni); con l’autobiografia di Miles Davis (quattordici anni); e con La cultura dei vinti, di Wolfgang Schivelbusch, per cui ce ne sono voluti altrettanti. Senza contare che tempi ugualmente biblici sono trascorsi tra l’acquisto di un libro e la sua lettura (e qui torna sempre a mente la battuta di Massimo Troisi: “loro sono tanti a scrivere; io sono da solo a leggere”): cinque lustri per un libro sul campionamento di Alan Stuart; poco più di quattro per la Storia dell’educazione di Manacorda; diciotto anni per Buono da mangiare, gioiellino dell’antropologo Marvin Harris; “appena” cinque per quel capolavoro di Michel Foucault che è Sorvegliare e punire. E così via almanaccando.
Ciò che mi ha spinto a leggere, finalmente, La cultura dei vinti è stato il desiderio di capire qualcosa di più di questi anni segnati dalla guerra nell’Europa orientale, cui si sono sommati vari altri conflitti in giro per il mondo. E qui vengo ai contenuti del libro, che si apre con la battaglia di Troia, «la madre di tutte le sconfitte», perché lì, mentre i vincitori tornano a casa incontro a ogni genere di sciagura, dai vinti germogliano genealogie, imperi e leggende: Roma da Enea, la Francia da Francio, l’Inghilterra da Bruto. Miti, certo; ma quando una narrazione collettiva insiste così a lungo, qualcosa sotto la superficie evidentemente si muove. Schivelbusch passa poi a tre casi esemplari di altrettante disfatte: quella dei sudisti nella guerra civile americana, durata dal 1861 al 1865; quella della Francia dopo la guerra contro la Prussia del 1870 (la meno avvincente del mazzo), e quella della Germania nella Prima guerra mondiale. È un peccato, come scrive Roberto Vivarelli nell’imperdibile introduzione italiana al volume, che tra i casi non ci sia quello della sconfitta del fascismo, il cui successo, come scrive lo storico, «fu dovuto soprattutto all’operato dei suoi avversari» (vi dice nulla sul presente?).
Il punto, secondo Schivelbusch, è che gli sconfitti quasi sempre riescono a trarre nuova linfa dalle perdite sul campo di battaglia, per rigenerarsi raccontandosi storie sulle occasioni mancate e su come riprendere quota. La sconfitta, vissuta come arresto improvviso e quasi mortale, produce spesso una febbre di movimento: si balla, si costruisce, si corre, si organizza, si immagina il futuro con quella libertà un po’ disperata che nasce quando non resta molto da perdere. Il bello di Schivelbusch è che queste pulsioni le ricostruisce non predicando dall’alto della filosofia della storia, ma osservando i sintomi della vita materiale: il ballo, le autostrade, lo sport, il cinema, la bicicletta, la catena di montaggio.
L’aspetto più interessante, però, è un altro: «senza eccezioni – scrive l’autore – le guerre totali dell’età moderna sono state decise da fattori economici piuttosto che militari. L'esercito era sempre stato solo la punta della spada, il vero peso dell'arma poggiava sulla capacità industriale delle società coinvolte. [...] La guerra è diventata un fenomeno nel quale le risorse umane e materiali sono inviate sul campo di battaglia per essere distrutte, finché solo la parte economicamente più solida, il vincitore, rimane in piedi». Poi sono arrivati il crollo dell’Unione Sovietica (1989-1991) e l’11 settembre (il libro è stato pubblicato nel 2001), ed è lì che l’economia, da entrambe le parti, ha mostrato i muscoli: da un lato, l’affermazione definitiva del modello capitalista; dall’altro, l’attacco al capitalismo globale in una forma mascherata – quella del terrorismo – che rende invisibile l’esercito nemico, rimpiazzato da una minaccia imprevedibile e sfuggente. Oggi, in epoca trumpiana, l’annientamento totale dell’avversario sembra essere il diktat dominante (leggi alla voce Gaza). E se rimettere a posto uno sgabuzzino ci sembra un’impresa titanica, fate voi le proporzioni rispetto a ciò che può essere la ricostruzione post-bellica del XXI secolo.

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